
Sono
un sognatore! E penso che, se c’è qualcosa che non vorrò mai
smettere di fare, è esserlo. Ma io non sogno grandi cose, a me basta
avere una casetta in campagna, un vigneto da coltivare e veder
crescere i frutti del mio lavoro. Mi basta sentire il calore di un
abbraccio e vedere il sorriso di un bambino, stagliarsi nel verde del
paesaggio che ci circonda. Fondamentalmente ho già tutto per stare
bene...ho la forza di volontà! Ho la serenità di pensare, di poter
fare qualcosa, semplicemente. Sognare, fa bene al corpo e non
soltanto alla mente. Sognare, ci fa muovere nell’immaginario spazio
intorno a noi, e poco importa se non dovessimo realizzarli tutti,
quei sogni. L’importante è tenerli un passo avanti, e seguirli,
come si insegue una cosa bella, un buon profumo, un obiettivo che ci
rende vivi. Alcuni sogni però, si realizzano quando è deciso il
loro tempo, e i sogni di chi va in montagna, sono fatti della
montagna stessa. Devo ammettere di averne realizzati tanti e, seppur
modesti, li porto sempre nel mio cuore, come pagine importanti della
mia vita. Con loro sono cresciuto, ho pianto e ho riso. Loro mi hanno
schiaffeggiato e al contempo mi hanno coccolato. Penso
di aver
imparato a vivere il mio tempo e ad osservare con calma, il lento
scorrere delle stagioni, della mia esistenza. Ogni tanto mi volto
indietro e sembra, che in quell’illusorio avvicendarsi, di ricordi
e vita passata, siano trascorsi mille anni o chissà. Poi guardo le
mie mani e loro mi riportano al tempo giusto e a ciò che dovrò
fare. Allora
guardo le mie montagne ed inizio a sognare.


La
Manfriana Ovest, già da molto tempo, era più che una visione e più
volte, aveva rapito il mio sguardo, stimolando la mia fantasia. Così,
un giorno di un inverno ormai
passato,
decidiamo di andare lì, dove quelle “due punte”, di
quella immensa montagna
incontrano il cielo, e dove, quei famosi sogni, diventano reali. La
neve dura e compatta ci fa avanzare veloci e l’intera cresta
dell’infinito sopra di noi, ci fa rivivere ricordi indelebili, di
una nottata speciale trascorsa lassù. Cammino con lo sguardo su di
essa,
ancora un attimo, giusto quel tanto, in modo da nutrirmi e saziarmi,
di quella carica emotiva prima di una grande salita; di lì a poco mi
sarebbe servita davvero!
Dal
bosco dei 7 faggi(Imma lo chiama il cane) comincia la salita vera.
L’inizio del canalone è davanti a noi. Per un attimo ci fermiamo.
Il rumore del nascere del vento ci trasporta con se, per esserne
avvolti un attimo dopo. Circondati da quello stesso vento, ci
sentiamo per un istante, storditi, ma Imma rompe gli indugi e avanza
sulla neve ancora ghiacciata. Il mio sguardo però è rapito da un
canale sulla sinistra, che, come una rampa, sale fino al cielo. Lei
decide di prenderne un altro sulla destra. Ci ritroviamo così, soli
con noi stessi, ad affrontare la nostra personale ascesa. Strano
direi! Non ci era successo altre volte di dividerci, ma forse è
giusto così. Ognuno di noi deve confrontarsi con il proprio io,
confidandogli le proprie inquietudini e le proprie paure. Forse per
trarne più forza o, semplicemente, per liberarsi di un peso che non
ci appartiene. Sto vivendo un battito
della mia vita che sembra un’eternità. Salgo, affondando i ramponi
sul pendìo, che, a poco a poco, diventa sempre più ripido. Mi volto
più volte. Non devo avere timore! Quell’ascesa è tutto ciò che
desideravo. Sono dentro il canale, il pendìo si attenua quasi fosse
una piazzola. Ma su quella via, che tutto sommato non sembrava così
ripida, mi sento improvvisamente solo. Davanti a me, un muro
inanimato di neve e ghiaccio, mi sbarra la strada. Dopo un paio di
passi sento la pendenza aumentare sotto di me. Affondo su una neve
molliccia. Impreco. Sono completamente isolato da tutto, e da lì,
non posso assolutamente girami. Poi la mia mano, accompagnata da una
forza istintiva, afferra alcune rocce in alto a sinistra. Le mie dita
sentono il ruvido della pietra calcarea. È quella
la
mia via d’uscita. Affrontare la cornice di fronte sarebbe una
pazzia. Le punte dei ramponi graffiano e si aggrappano su parti di
roccia minuscole. Sento un urlo…Imma ce la fatta! Io sono ancora in
quell’imbuto a divincolarmi, come mai in vita mia. Il movimento è
preciso…niente distrazioni. Guardo un’ultima volta in basso.
Pianto la piccozza sopra la cornice e passo sull’ultimo gradino.
Sono fuori! Mi butto a terra sorridendo e silenziosamente mi libero
dell’adrenalina accumulata, sentendo la frenesia del mio corpo.
Guardo il cielo di un blu cobalto, guardo il Dolcedorme poco più in
là, guardo Imma che è già sulla cima ad aspettarmi e soprattutto
guardo da dove son salito. Lei mi viene incontro.
“Sogno
realizzato?” mi chiede.
“ Si,
direi proprio di si.”
La
vita và avanti proprio come il cammino di un uomo verso le montagne
che lo aspettano. Per esaudire i sogni invece, a volte, bisogna
affrontare strade ripide come una “scala che conduce al cielo”.