Vorrei iniziare dalla fine:
Apro
gli occhi, guardo la sveglia. Sono l’una e mezza di pomeriggio. Mi
sento confuso, stordito eppure riposato. Mi sembra così strano...non
mi sveglio mai a quest’ora! Ho la strana sensazione di non
ricordare niente di ciò che è successo…boh! Poi nella mente, pian
piano, come trasportati da scie di vento infuocato, frammenti di
sogni
si uniscono, formando un quadro ben chiaro. Stanotte ho scalato il
Dolcedorme ed è tutto vero, non ho sognato…è tutto
incredibilmente vero! Ma oggi è un giorno speciale, è il primo
dell’anno. Mi siedo davanti al camino acceso e lascio, che le belle
sensazioni escano fuori e si fondino con quel gradevole calore. Sento le fiamme vive, accalorarmi gli occhi ed un'emozione vera e pulsante, mi fa quasi tremare. Guardo fuori
e vedo le mie montagne. Nulla
sarà più come prima.
La
salita:
L’idea di compiere questa (non so bene
come definirla) “folle-originale-impresa” era nata qualche anno
fa, dalla mente del mio amico Max, ma più volte rimandata fino a
ieri.
Forse non eravamo ancora giunti, ad un livello di follia adeguato. Ma
come spesso succede, è la montagna che chiama e noi, ammaliati da
quel incredibile voce, non abbiamo saputo rinunciare. Mi sveglio
da quel sonno profondo, avendo ancora negli occhi e nel cuore, le
immagini che ho avuto la fortuna di vedere e di sentire sulla mia
pelle. Avevamo appena finito il tratto roccioso più bello. Quello
dove ci si arrampica prima del “campo base”. Sentivo in me una
tale concentrazione, portarmi
sempre più su…tra le rocce e la neve. Sembrava stessimo scalando
qualcosa di incredibilmente bello. E poteva anche essere, la
più alta e difficile montagna del mondo o
chissà cos’altro,
ma noi eravamo lì, a sognare ad occhi aperti nel buio della notte.
Giganti di pietra e alberi imponenti mi appaiono durante l’ascesa,
come figure che spuntano dal nulla. Li scavalco, li giro, li tocco
con le mie mani, fino ad ottenere un appiglio sicuro che mi faccia
salire. Come saette, fuggono nella notte, le luci delle nostre
lampade frontali. A volte ad illuminar la strada, a volte a perdersi
nell’abisso che ci circonda. La neve grida, dice Max. Ci sarà del
ghiaccio ad attenderci nel canalone. Poi mi fermo. La nebbia che ci
avvolgeva è svanita, portata via da chissà quale magia. Il mondo si
popola di miliardi di luci e incredibili colori. Lo sguardo spazia
fino a chissà quale paese lontano. È mezzanotte ed io, piango come
un bambino, che urla al mondo intero, la sua gioia di vivere. Un
senso di enorme gioia, in
quell’istante, invade il mio spirito, come se il mondo intero mi si rivelasse in quei cinque minuti. Cinque minuti o forse
un’eternità, nei quali ho intensamente vissuto la mia vita. Cinque minuti o una notte intera, nella quale ho respirato
l’aria speciale di un giorno speciale, scalando assieme ai miei
amici, “la via più bella” delle nostre amate montagne. Cinque
minuti nei quali sono passati davanti ai miei occhi, tutti i visi
delle persone a me care e che avrei voluto, fossero lì con me, in
quel posto così strano, per vivere insieme quell’attimo di vera
esistenza. Ci
uniamo nuovamente sfiorandoci ed abbracciandoci, cercando di stare in
equilibrio in quel mondo verticale e ghiacciato. Proseguiamo. Ci
eravamo prefissati che non fosse
stato importante, l’arrivo a
mezzanotte e quindi niente corse! Tracce sulla neve ghiacciata ci
aiutano nell’ascesa. Scopriremo poi con piacere, che erano degli
amici del gruppo speleo di Morano, saliti il giorno prima.
Vado avanti sentendo un vigore innato che si anima sempre più nel
mio corpo. La tensione accumulata nei giorni passati è sparita
totalmente ed adesso sono lì, a vivere a pieno quella scalata, diretta alla grande montagna. Qualcuno chiede quanto manca. La fatica
si fa un po’ sentire. Max tranquillizza tutti. Vado avanti, con la concezione di stare passando nel canalone centrale
ma non vedo granché. La salita si
fa dura e la via si inerpica sempre di più. Un colpo di piccozza e
un paio di passi. Ancora così fino alla fine. È davvero una
goduria! Quella musica costante
diventa quasi una melodia e il fiato esce dalla mia bocca, denso ed annebbia il mio sguardo. Poi il
pendio si attenua. Ci ricompattiamo. Facciamo passare Max affinché
sia il primo a coronare questo sogno. Le stelle in cielo ci guardano
splendenti. Non c’è un soffio di vento ma fa un freddo cane. Vedo
una luce che si ferma poi un’altra ancora e l'altra che si
unisce a loro…siamo in cima! Il freddo punge ed il sonno e la stanchezza
avanzano. “…Siamo i primi di quest’anno…” scriverò sul
libro di vetta. Sono l’1:45 e dobbiamo assolutamente scendere, prima
di trasformarci come i pesci surgelati di questi giorni di festa e
banchetti. Mettiamo sotto i denti qualcosa, tra cui anche una fetta
di zampone (ci farà venire una gran sete) e partiamo per la discesa.
Ritorno per il canalone del faggio grosso, dove la neve per lunghi
tratti è davvero tanta, fino a farci sprofondare. Per fortuna diventerà compatta e quasi ghiacciata per permetterci
tranquillamente, di arrivare ad imboccare il sentiero comodamente.
Siamo un po’ stanchi e la via fino alle macchine, sembra non finire
mai. Qualche pausa e poi al sicuro da tutto e senza tempo, ci
regaliamo un bel brindisi, accompagnato da una gustosa fetta di
panettone. Arriviamo stremati e con il bagliore
dell’alba sui nostri visi stanchi. Un’alba nuova, da primo dell’anno iniziato
così, in un modo originale e straordinario. Penso che mai si
cancelleranno questi attimi dal mio cuore e che come un inchiostro
indelebile, hanno scritto una pagina importante della mia vita
montanara.
Mi
sveglio guardando il calendario. Sul primo giorno
c’è scritto:
“le
gioie più vive nascono dalle azioni più belle”.
È
proprio vero! Buon anno a tutti!
Un ringraziamento a Carla Primavera, Luigi Vincitore e Massimo Gallo